Quando la Politica Gioca con le Parole e con i Diritti degli Studenti

problema scuola

Da anni, gli studenti di Livorno chiedono scuole decenti dove poter studiare. È un loro sacrosanto diritto. È un problema di sicurezza, non di comodità. Le istituzioni competenti e la politica giocano con le parole senza dare risposte concrete. E gli studenti, giustamente, scendono in piazza.

I FATTI

Lo scorso 6 febbraio, circa 400 studenti di tutti gli istituti superiori di Livorno, insieme al collettivo Scuola di Carta, hanno manifestato in città. Il corteo è partito da Piazza Cavour fino alla sede della Provincia per chiedere “scuole migliori, che non caschino a pezzi e dove possa essere garantito il diritto allo studio”. Oltre ai tagli all’assistenza specifica per studenti disabili, sono state ribadite le gravi criticità già evidenziate da tempo, come “riscaldamenti non funzionanti, infiltrazioni da soffitti e finestre, spogliatoi di palestre inagibili”.

Scopo della manifestazione era esprimere e comunicare un profondo dissenso per una situazione più volte segnalata nelle sedi opportune già negli anni scorsi (dal 2019), la cui unica risposta è stato il silenzio delle istituzioni competenti.

Gli studenti, giunti al Palazzo Granducale, hanno chiesto a gran voce un confronto diretto con il massimo esponente provinciale, la presidente Sandra Scarpellini, che dal suo ufficio ha reso nota la disponibilità a incontrare una delegazione di studenti. Proposta respinta, perché questo tipo di incontro, già verificatosi altre volte, non ha prodotto nulla se non promesse disattese.

I manifestanti hanno chiesto che la presidente incontrasse tutti i partecipanti.

In una nota, gli studenti hanno spiegato di aver chiesto un confronto collettivo, ma di essersi visti chiudere le porte in faccia. “Solo dopo un’ora la presidentessa della Provincia è scesa. Questo perché per noi la formula di alcuni rappresentanti che salgono nell’ufficio non vale più. Se la Provincia vuole mantenere la bella facciata della disponibilità che vogliono far credere, è il momento che parlino con tutti gli studenti arrabbiati che erano in piazza”.

Non vedendola arrivare, è montata la rabbia e alcuni ragazzi hanno provato a forzare le porte laterali del palazzo. Solo allora Sandra Scarpellini è uscita per l’incontro.

Di fronte al corteo, la presidente ha riconosciuto la legittimità della protesta e ammesso ritardi e problematiche nella manutenzione scolastica, ricordando che “lavorare con una carenza cronica di risorse e di personale non facilita una programmazione ottimale degli interventi”. Infine, ha dichiarato: “Il disagio e la frustrazione che i ragazzi e le ragazze ci hanno manifestato oggi sono anche i nostri, e per questo perseguiremo ogni strada per sostenere il diritto degli studenti ad avere scuole sicure, inclusive e accoglienti”.

IL POST DI SANDRA SCARPELLINI

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IL COMUNICATO DEL COLLETTIVO SCUOLA DI CARTA DI LIVORNO

Link al comunicato Instagram

LE CONSIDERAZIONI DI RESPONSABILITÀ CIVICA

Alla luce di quanto accaduto, alcune riflessioni sembrano quantomeno opportune.

Qualcuno dovrebbe interrogarsi sul fatto che non essere ascoltati, anche dopo svariati incontri pacati e civili richiesti dalle istituzioni, genera dissenso, rabbia e frustrazione per dover andare a scuola in ambienti non sicuri.

La questione è stata evidenziata dagli organi di informazione solo perché la manifestazione ha causato disordini. Diversamente, sarebbe passata – come sempre – sotto silenzio. Quando si punta il dito solo verso i facinorosi e i più esagitati, è chiaro l’obiettivo: oscurare tutto il resto, ovvero i problemi reali che costituiscono la vera, civile motivazione che spinge centinaia di persone a scendere in piazza.

C’è tanta ipocrisia nelle istituzioni negligenti e responsabili quando chiedono confronti ordinati, democratici, civili e pacati, se poi reiteratamente non danno risposte. Quando si è arrabbiati per questioni legittime e per l’indifferenza delle istituzioni, è utopistico pretendere che i manifestanti si presentino ordinati, in giacca e cravatta, aspettandosi il baciamano. Il buon padre di famiglia che predica bene ma non provvede ai bisogni primari della prole, scaricando sempre le responsabilità su altri, prima o poi si ritroverà a fare i conti con figli esasperati.

Dunque, oltre a condannare la violenza di alcuni manifestanti, va condannata con la stessa fermezza la politica (e le persone che la rappresentano istituzionalmente) che ignora queste situazioni. Le parole di circostanza sono un investimento ben riuscito per generare poi altre, più insofferenti proteste.

Stigmatizzare atti violenti per screditare chi manifesta civilmente ha uno scopo ben preciso: non affrontare il problema reale. Purtroppo – o per fortuna – la questione è stata oggetto di cronaca proprio per i disordini.

Gli studenti di Livorno, in rappresentanza di tutti gli istituti superiori della città, non chiedono alla presidente della Provincia di risolvere problemi planetari come la pace nel mondo o la povertà, ma semplicemente di rendere agibili e sicure le scuole. Vale a dire un suo dovere e la base necessaria e sufficiente per una società civile.

La narrazione di Sandra Scarpellini, condensata in un post su Facebook, avrebbe avuto più senso in uno spazio istituzionale. Il post inizia con riferimenti alla violenza (porta forzata, insulti, aggressione al palazzo, voglia di scontro, modalità squadriste, azioni scomposte e incoscienti, caos), dipingendo uno scenario quasi apocalittico. Poi riconosce la grave situazione delle strutture scolastiche, giustifica la mancata azione delle istituzioni per “mancanza di soldi e personale” e promette di chiedere maggiori risorse. Infine, fa un appello retorico alla politica quella seria e chiude ringraziando le forze dell’ordine.

Tutto ciò stride con la realtà evidenziata dagli studenti, che hanno ragione quando, nel comunicato di Scuola di Carta, sottolineano alcuni punti ineccepibili:

  1. L’allergia al confronto reale: il dialogo con i manifestanti è avvenuto solo perché la situazione si stava complicando.
  2. Dal 2019 gli studenti denunciano il degrado progressivo delle scuole: hanno utilizzato gli strumenti corretti, hanno partecipato agli incontri con le delegazioni, ma non hanno ottenuto alcuna risposta concreta.
  3. La sicurezza vale solo per le manifestazioni? Preoccuparsi dell’ordine pubblico e ignorare la sicurezza dentro le scuole è un paradosso.

Infine, sarebbe stato doveroso che la presidente, oltre a ringraziare le forze dell’ordine, avesse espresso gratitudine anche agli studenti e al personale scolastico, che da anni studiano e lavorano in condizioni difficili.

In un’epoca digitale, è confortante vedere che i giovani – quelli che stanno solo al cellulare – si mobilitano e fanno sentire la loro voce, mentre i politici rimangono chiusi negli uffici, scendendo in piazza solo per le campagne elettorali.

E il silenzio assordante della politica quella seria è molto più preoccupante delle urla e dell’insofferenza di giovani esasperati.

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